Perché l’economia abruzzese ha buone basi per ripartire

Ma che cosa rappresentava per l’economia abruzzese la zona colpita dal sisma? Innanzitutto, bisogna dare qualche dato sull’economia stessa dell’Abruzzo, una zona che nell’immaginario degli abitanti di Roma si identifica un po’ con la tradizione dei pastori transumanti, “i silenziosi con le spalle quadre” come li chiamava l’abruzzese trapiantato a Roma (ma di educazione toscana e poi finito al nord), Gabriele D’Annunzio.
15 APR 09
Ultimo aggiornamento: 19:12 | 15 AGO 20
Immagine di Perché l’economia abruzzese ha buone basi per ripartire
Ma che cosa rappresentava per l’economia abruzzese la zona colpita dal sisma? Innanzitutto, bisogna dare qualche dato sull’economia stessa dell’Abruzzo, una zona che nell’immaginario degli abitanti di Roma si identifica un po’ con la tradizione dei pastori transumanti, “i silenziosi con le spalle quadre” come li chiamava l’abruzzese trapiantato a Roma (ma di educazione toscana e poi finito al nord), Gabriele D’Annunzio; un po’ con le mitiche “patate d’Avezzano!”, “fate gli gnocchi con le patate!”, che generazioni di venditori ambulanti hanno propagandato con voce lacerata dai loro furgoncini alle massaie capitoline. In realtà, l’Abruzzo tra gli anni Settanta e Novanta era diventato anche un’importante realtà industriale. Un po’ perché si trovava in quella fascia di estremo nord della Cassa del Mezzogiorno che permetteva di prendere comunque i sussidi, essendo però più vicini alla zona “normale” dello sviluppo economico; un po’ grazie al fatto di essersi potuto agganciare, grazie all’Adriatico, al boom del nord-est; un po’ grazie alla propria stessa tradizione di emigrazione, da cui un ritorno frequente di rimpatriati che all’estero o in altre regioni avevano acquisito importanti capacità e mentalità imprenditoriale. E’ però vero che dei cinque distretti industriali abruzzesi almeno due sono comunque strettamente collegati all’agricoltura: quello agro-alimentare della Marsica, sviluppatosi storicamente attorno allo zuccherificio di Avezzano, e quello della pasta di Casoli-Fara San Martino, con i famosi pastifici De Cecco e Delverde. Ma anche il distretto del mobile dell’Abruzzo centro-settentrionale, quello del vetro di Vasto-San Salvo-Gissi-Atessa e quello del tessile di Vibrata-Tordino Vomano nascono da un chiaro sostrato artigianale: nel primo ci sono oggi anche calzature, alimentari e tessile; nel secondo macchine da trasporto, apparecchiature elettriche, chimica fine e Tessile; nel terzo calzature e mobili. Certo, poi l’annuale rapporto del Cresa, il Centro Regionale di Studi e Ricerche Economico Sociali, ci mostra che l’export di questa regione così agricolo-pastoral-artigianale è in realtà pesantemente dipendente dall’industria pesante (scusate il bisticcio): nel 2007 il 36,3 per cento era infatti costituito dai mezzi di trasporto e il 10,1 per cento da macchine e apparecchi meccanici, seguiti dal settore del legno e da quello di macchine elettriche e apparecchiature elettriche, elettroniche e ottiche.
Il bicchiere mezzo pieno: questi distretti industriali non sono stati toccati dal terremoto se non in misura minima. Certo, dappertutto si è sentita la scossa; ad Avezzano si sono lesionate alcune case; a Celano, nella Marsica, è crollato l’altare di una chiesa; tra Vasto e Lanciano ci sono stati 11 feriti; ma gli apparati produttivi sono rimasti sostanzialmente intatti. Anche l’allarme sul sospetto inquinamento all’approvigionamento idrico di Fara San Martino, potenziale catastrofe per i bongustai, è per fortuna subito rientrato. D’altra parte, anche la gran parte dei comuni simbolo dell’artigianato tipico è rimasta fuori dalla zona peggiore del sisma: la lavorazione del rame, del ferro e della filigrana d’oro di Guardiagrele come la ceramica di Castelli; le manifatture tessili di Castel di Sangro, Fara San Martino, Lanciano, Bucchianico, Pietracamela, Nereto e Penne; la pietra di Lettomanoppello; la gioielleria e tessiture di Pescocostanzo; l’oreficeria, argenteria e tessiture di Scanno.
Poggio Picenze, dove ci sono stati cinque morti, era però una sede unica per la lavorazione di un particolare tipo di bianca e finissima pietra calcarea locale, già utilizzata fin dal Quattrocento per la composizione degli elementi di pregio della maggior parte dei palazzi e chiese dell’Aquila. Pratola Peligna, dove ha subito gravi lesioni il Santuario della Madonna della Libera, è il paese delle “tarante”: pesanti e colorate coperte di lana senza dritto né rovescio, tessute a mano con una tecnica che viene direttamente dal Medioevo, quando per questo centro della Majella passava una Via della Lana che univa le città di Firenze e Napoli; con disegni la cui frequente ispirazione caucasica e medio-orientale non è probabilmente estranea al culto dell’armeno San Biagio, protettore della gola e dei lanieri. Sono poi in zona danni anche Sulmona, con i suoi gioiellieri e tessitori; e Castel del Monte, con il suo artigianato tessile. Paradossalmente, la ricostruzione potrebbe essere una grande occasione di lavoro per questi artigiani: in particolare per quelli di Poggio Picenze, nel restauro del patrimonio artistico Aquila. Ma l’artigianato è un’attività tradizionale particolarmente a rischio, in caso di distruzione o alterazione del tessuto sociale tradizionale.
Poggio Picenze, inoltre, fa parte di quell’Altopiano di Navelli da cui proviene il 97 per cento di tutto lo zafferano prodotto in Italia. Con esso, ben quattro dei 14 centri della zona si sono trovati nella zona peggiore del sisma. Tra essi Villa Sant’Angelo, che con 18 morti è risultato il terzo comune più colpito, dopo L’Aquila e Onna: 90 per cento degli edifici crollati, 95 per cento degli abitanti feriti. A San Demetrio dei Vestini oltre ad alcune case è crollata una parte della chiesa; a Santo Stefano di Sessanio è venuta giù la Torre Medicea. Non a caso, il ministro Zaia ha citato lo zafferano come uno dei prodotti simbolo abruzzesi a rischio, assieme al Montepulciano d’Abruzzo. In realtà, la panoramica gastronomica regionale è molto più ampia, con ben 147 prodotti tipici: 22 formaggi e latticini; 24 salumi e carni; 10 pani e pizze; una pasta; quattro tipi di pesce; 13 di ortaggi; 6 di funghi; 16 di frutta; 10 dolci e gelati; 3 condimenti, aromi e spezie; 6 oli e grassi; 2 liquori e infusi; 2 grappe e distillati; 12 vini; 15 tipi di miele; una bevanda. Ma è evidente la grande dipendenza dalla zootecnia, proprio in armonia con le radice pastorali della sua cultura.
E proprio la zootecnia, secondo Zaia e la Confederazione italiana agricoltori, rischia di essere il settore più colpito in assoluto. “Alcune importanti stalle, con centinaia di capi di bestiame, sono andate completamente distrutte”, è l’allarme della Cia. “Altre strutture di dimensioni minori hanno subito pesanti conseguenze. Gravemente danneggiati anche molti laboratori di trasformazione agricola”. Per la Cia, particolarmente “allarmante è anche la situazione di tanti laboratori agricoli di trasformazione che operano nei piccoli borghi e dei punti di vendita diretta degli agricoltori, la cui stragrande maggioranza è andata distrutta. E questa è una realtà molto importante per l’agricoltura multifunzionale abruzzese e fonte di reddito per molti produttori”. Ma anche per chi ha retto si profilano ora gravissime difficoltà sia per il trasporto del latte sia per l’approvvigionamento di fieno e mangime per il bestiame. Un discorso a parte merita poi il turismo: la stagione ormai imminente rischia di saltare anche dove i danni sono stati nulli o minimi sia per i problemi delle vie di trasporto sia per l’intasamento degli sfollati negli hotel.
I danni all’apparato economico regionale sono minori, in sintesi, perché la zona colpita non è comunque la più vitale della regione. Lo fotografava anche il già citato rapporto del Cresa per il 2007, quando denunciava che L’Aquila era stata l’unica provincia abruzzese nella quale l’export aveva subito un decremento, e pure consistente: -11,1 per cento il settore chimico; -15,3 per cento quello elettronico; addirittura il -44,8 per cento quello meccanico. In miglioramento soltanto cartotecnica, minerali non metalliferi e mezzi di trasporto, che comunque non potevano compensare né il botto dei settori tradizionalmente di punta meccanico e chimico; né l’improvviso flop di quello elettronico, che appena un anno prima sembrava destinato a risolvere tutti i problemi.
Ma che razza di capoluogo è una capitale amministrativa che invece di essere all’avanguardia dell’economia regionale si trova a essere la sua zona depressa? Questo è il problema: la tragedia nell’aquilano fa meno danni di quanti ne avrebbe provocati se fosse avvenuta in zone più dinamiche, ma rischia di risultare come un k.o. definitivo. D’altra parte già il comune de L’Aquila è in deficit per 25 milioni di euro. Il Centro Turistico del Gran Sasso è commissariato. L’occupazione dipende pesantemente dagli enti locali: almeno il 70 per cento delle famiglie ha un componente impiegato nelle amministrazioni pubbliche. Dopo la fine della Cassa del Mezzogiorno, dopo la chiusura di Alenia spazio, Italtel, Technolab, Reiss Romoli e Irti Lavori, la popolazione operaia si è ridotta dalle 7.000 unità degli anni Settanta a meno di 300, per l’Aquila città. Con 27.000 iscritti, l’unica industria che creava ancora in città un minimo di ricchezza era rimasta l’Università. Ora è tra le più colpite anche nell’immagine, con il crollo della Casa dello Studente. Certo, arrivati al punto zero, la ricostruzione può anche essere la grande occasione per ripartire da capo. Se non altro, la grinta che i cittadini hanno tirato fuori lascia ben sperare.